Probabilmente è possibile considerare Stephen King uno dei più grandi scrittori horror di sempre. Di sicuro uno dei più grandi e prolifici fra quelli viventi. L'autore di Portland ha all'attivo una sessantina di romanzi e più di una decina di raccolte di racconti di genere horror, ma non solo, oltre che la serie fantasy La Torre Nera composta da otto romanzi e tante altre varie opere che diventa complesso elencarle tutte. E poi tanto c'è la pagina di Wikipedia che è già fatta molto bene. Molte di queste opere sono diventate nel tempo famosissime e sono state le base di celebri film e serie TV.
Cercando in Internet è abbastanza facile imbattersi nella bizzarra storia della nascita del primo romanzo di King, Carrie. Pare che il giovane Stephen fosse piuttosto squattrinato e facesse fatica a raccogliere qualcosa dai suoi primi racconti. Ma fu grazie alla moglie che prima rinunciò a un lavoro che gli avrebbe probabilmente impedito di dedicare il tempo che serviva alla scrittura, poi approfondì un'idea di una storia che aveva immaginato unendo episodi vari più o meno reali e infine recuperò varie pagine dattiloscritte e inizialmente scartate e finite nella spazzatura.
Da qui nacque nel 1974 un romanzo che poi è finito nella storia della letteratura horror, ma anche un celebre film, nel 1976, Carrie - Lo sguardo di Satana, pure lui facente parte della cinematografia horror.
Ma andiamo alla pellicola del 2013, protagonista di questo post, sceneggiato da Roberto Aguirre-Sacasa e Lawrence D. Cohen e diretto da Kimberly Peirce.
Una breve trama, senza tirarla per le lunghe e senza preoccuparci troppo di eventuali spoiler, dato che stiamo parlando di un film tratto da un famosissimo romanzo del 1974, da cui sono già stati tratti un primo film nel 1976 e un primo remake nel 2002. Ormai la storia la sapete dai.
Carrie White è una ragazza del liceo che vive una situazione familiare difficile per non dire drammatica. Cresciuta dalla sola madre, Margaret White, una fanatica religiosa fuori di testa che l'ha resa schiva e isolata dal mondo. La timida e introversa Carrie veste diversamente dalle coetanee, non ha amici e tutti la deridono, compresi anche alcuni professori. E in particolare, alcuni compagni, soprattutto alcune ragazze, trascinate dalla perfida Portia Doubleday, la tormentano quotidianamente con scherzi e offese di ogni tipo.
E' ovvio che prima o poi una persona che vive in questo modo non può fare altro che sbroccare. E infatti Carrie sbrocca.
Solo che c'è un problema.
Carrie è dotata di alcuni poteri telecinetici che la rendono in grado in pratica di fare qualsiasi cosa. E se una persona del genere sbrocca, è un grosso problema.
Va bene che Hollywood è sempre a corto di idee e quindi non disdegna i remake, ma è sempre problematico fare un remake di un cult come è diventato negli anni il film di Brian De Palma. Ma Kimberly Peirce sembra non essersi posta troppi problemi. Intanto sceglie nientemeno che Julianne Moore per dar vita a una inquietantissima Margaret White. E poi affida il ruolo cardine di Carrie alla stellina di Hollywood del momento, fra l'altro specializzata in film horror: Chloë Grace Moretz. Devo scusarmi con questa ragazza (che poi una che a 28 anni ha già recitato in 41 film, cosa se ne farà mai delle mie scuse). Nella prima recensione che ho fatto di una sua pellicola l'ho stroncata completamente (La quinta onda), ma probabilmente il disastro di quel film non è stato colpa sua. Poi mi sono ricreduto con Blood Story e con Mother/Android. Ecco, la rivalutazione prosegue con Carrie White. Perché Chloë Grace riesce a dare alla sfortunata ragazzina del Maine un'anima niente male. Se la Carrie arrabbiata, scatenata e fuori controllo della Moretz ricorda un po' troppo nelle movenze un supereroe (a me ha fatto pensare alla Scarlet Witch di Elizabeth Olsen) quando invece la Carrie White di Sissy Spacek era molto più rigida, è nell'interpretare la Carrie della prima parte del film che secondo me Chloë Grace è stata magistrale. Quel suo guardare sempre in basso. Quel suo sguardo perennemente spaventato e triste. Quella fisicità di chi sta subendo una vita che è uno schifo. E poi quel breve periodo di felicità che non sembra essere fatto per lei.
Kimberly Peirce si attiene abbastanza fedelmente all'opera originale, ma la adatta ai giorni nostri con il video in cui Carrie viene derisa che viene condiviso sui social (eravamo nel 2014, ma già queste cose accadevano). E credo che alla fine il suo lavoro sia molto buono, perché non basta avere dei bravi attori, li devi anche saper dirigere.
Il romanzo originale si chiama semplicemente Carrie, così come il primo film di Brian De Palma. Poi nella traduzione italiana "Carrie - Lo sguardo di Satana", che non ho mai capito cosa c'entrasse, perché Satana ce l'aveva in testa solo quella pazza di Margaret, della quale la figlia ne era suo malgrado solo la vittima. Anche il primo remake si chiamava semplicemente Carrie, titolo lasciato uguale italiano, così come si chiama ancora una volta Carrie la pellicola Kimberly Peirce, peccato anche ancora una volta ci abbiano voluto aggiungere Lo sguardo di Satana, questa volta messo prima del nome della ragazza, non tanto per omaggiare la pellicola di De Palma, quanto la traduzione che ne era stata fatta quasi cinquant'anni fa in Italia.
E' incredibile come durante il film si riesca a empatizzare con la fragile Carrie. Tutti sappiamo come andrà a finire, perché la storia e nota e perché è evidente che dovrà finire male, una trama come questa non può finire bene, ma quando il mondo sembra avere pietà per la giovane White tifiamo per lei, pur sapendo che sarà solo una breve parentesi.
Insomma, dai, guardatelo!
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