Wayward è un'insolita serie tv canadese, che si svolge in parte in Canada, almeno all'inizio e in parte negli Stati Uniti, nel Vermont, nella città immaginaria di Tall Pines.
Nella prima puntata, che funge un po' da presentazione, si avviano fin da subito due linee narrative, destinate a incontrarsi già dalla seconda puntata. Una riguarda due adolescenti, Leila (Alyvia Alyn Lind) e Abbie (Sydney Topliffe) ed è quella che parte dal Canada. Leila, che ha perso la sorella in circostanze poco chiare e vive con una madre fortemente depressa, è diventata uma sbandata che sta trascinando con sé la migliore amica Abbie, benestante che non si è mai sentita accettata dalla famiglia. Leila, che certamente perderà l'anno scolastico, viene invitata dal preside ad andare alla Tall Pines Academy, istituto per ragazzi problematici, diretto dall'inquietante psicologa Evelyn (Toni Collette), ma a finirci, mandata dai genitori, sarà Abbie e Leila la raggiungerà per tirarla fuori.
Nell'altra linea narrativa invece c'è una giovane coppia in procinta di avere un figlio, Alex (Mae Martin), poliziotto con qualche turbolenta esperienza nell'impiego precedente e Laura (Sarah Gadon), originaria di Tall Pines ex alunna della scuola. Alex, non so quale attinenza abbia con la trama, è un uomo transgender. Forse l'unica attinenza è proprio che la sceneggiatura è stata scritta proprio da Mae Martin, che è transgender. Ma non divaghiamo. Alex inizia subito a riconoscere delle stranezze nella comunità che vive attorno alla Tall Pines Academy.
C'è anche un prologo, in cui un ragazzo disperato e sconvolto scappa una notte dalla scuola.
Con queste premesse e una prima puntata di presentazione che le contiene tutte parte Wayward. Dalla seconda puntata assistiamo ad Alex che inizia a capire che qualcosa non va, anche se se la prende molto comoda e Leila ed Abbie che invece devono capire come riusce a sopravvivere dentro l'Academy e possibilmente fuggire
In tutte le puntate c'è una sorta di sottofondo surreale/mistico, qualcosa che richiama in un certo qual modo The OA, anche se a lungo non risulta chiaro se il misticismo ci sia oppure no. I misteri, anziché dipanarsi sembrano infittirsi e questo è certamente un pregio, perché spesso è ciò che non viene spiegato che ci spinge a continuare la visione di una serie.
Infatti qui la domanda centrale resta sempre senza risposta per più puntate: esattamente cosa stanno facendo alla Tall Pines Academy? Qual è l'obiettivo di Evelyn?
Oggettivamente di puntata in puntata dove voglia arrivare l'insidiosa direttrice della scuola per ragazzi problematici non è chiaro. Quello che è chiaro invece è che le sue manipolazioni psicologiche sono sottili e la rete che ha creato è estesa e solida.
E anche dopo l'ultima puntata resteranno molte domande senza risposta.
I personaggi sono tanti. Oltre a quelli che ho accennato e che conosciamo nel prologo/prima puntata ce ne sono parecchi altri. Ci sono molti dei ragazzi che sono "ospiti" della scuola. Poi c'è il personale e ci sono anche gli abitanti di Tall Pines. È sicuramente una serie corale. Ecco, forse sono troppi. Certamente sono troppi per la capacità di Mae Martin di gestirli. Un buon personaggio necessita di essere caratterizzato, avere un ruolo, un fine. A prescindere dai minuti che vogliamo dedicargli. Invece qui si butta molta carne al fuoco, ma non c'è abbastanza brace per cuocerla tutta. E quindi, a parte i personaggi principali, molti degli altri, quasi tutti, restano non tanto dei gusci vuoti, ma poco più che dei cliché.
Ma Wayward cosa ci dice?
Ci dice che tutti abbiamo un lato oscuro che alberga in noi. È un lato oscuro che spesso rimane sopito, per emergere solo in talune occasioni. Ma a volte in certe persone questo lato oscuro tende a prendersi un po' troppo spazio e occorre trovare dei rimedi. Ma non sempre la cura è meglio del male. Quando veniamo messi di fronte al nostro lato oscuro, quando ci rendiamo conto della sua esistenza, ne abbiamo paura e diventiamo deboli. Al punto che qualcuno, con la scusa della cura, potrebbe facilmente plagiarci. Quel lato oscuro ci spaventa così tanto che sapere che qualcosa lo potrebbe placare per sempre diventa una liberazione. Qualunque sia il prezzo da pagare.
O, almeno, questo è quello che forse Mae Martin voleva comunicare. Che poi ci sia riuscito o ci sia riuscito pienamente è un altro discorso, perché molte idee sono buone o anche molto buone (a volte anche un po' scopiazzate), ma una storia le buone idee le deve anche saper sviluppare e non sempre in questa cosa Mae Martin è stato impeccabile.
Peccato perché da un personaggio così, seppur con qualche difetto di fondo, si poteva ricavare molto di più.
Nel complesso non è mica male. Ma con queste premesse alla fine si potevano raggiungere risultati ben superiori.


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